Corviale in Rome: last call

– Il Giornale dell’Architettura, February 2016

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La storia di Corviale è la storia dell’Italia, dagli anni ’70 a oggi: sprechi, ritardi, abusi, burocrazia ottusa e occasioni mancate. Quarant’anni in cui le utopie e il grande investimento economico si sono tramutati in un fallimento, forse il più grande di Roma. Riusciranno gli esiti del concorso per la rigenerazione dell’edificio lungo 1 km a diventare realtà?

Il passato

ROMA. Alla periferia Sud-Ovest, ai margini della città, in quello che un tempo era l’agro romano nei pressi di via Portuense, nel 1972 l’IACP (oggi ATER), proprietario dell’area, affidò il progetto del complesso a un team di architetti coordinati da Mario Fiorentino. Erano gli anni del boom edilizio e a Roma la richiesta di nuove abitazioni era elevata. Fiorentino pensa a un “contenitore residenziale a nastro” ad alta densità, un organismo autonomo composto da tre corpi: la stecca principale, un corpo più basso parallelo e un terzo di connessione con la zona di Casetta Mattei. In una superficie complessiva di oltre 600.000 mq, un terzo è composto da spazi residenziali, poco più di un altro terzo da verde pubblico e il restante egualmente diviso in servizi, viabilità e parcheggi. Per un totale di 1.200 appartamenti, una lunghezza complessiva di circa un chilometro e un’altezza di 9 piani. Tutto realizzato con sistemi prefabbricati. I lavori cominciano nel 1975 e sono interrotti nel 1982 per il fallimento dell’impresa. Le prime abitazioni sono consegnate nello stesso anno e nel 1984 viene terminato l’ultimo blocco residenziale. Sin da subito però centinaia di famiglie occupano abusivamente diverse unità, soprattutto al quarto piano che avrebbe dovuto ospitare, nel progetto originario, servizi ed esercizi commerciali. Anni di occupazione e totale abbandono da parte delle istituzioni portano l’edificio a una condizione di degrado e fatiscenza che dura tuttora.

 

Il presente

La condizione in cui versa questo pezzo di città è stata più volte oggetto di discussione, sia da parte delle amministrazioni comunali che delle decine di associazioni culturali nate negli anni attorno al Corviale. Tra il 2004 e il 2005 l’Osservatorio nomade/Stalker, gruppo interdisciplinare composto da artisti, architetti e videomakers, mette a punto “Immaginare Corviale”, un laboratorio permanente con incontri e iniziative volte a sovvertire l’immagine stereotipata dell’edificio, coinvolgendo attivamente gli abitanti.

Nel 2009 arriva il primo tentativo concreto anche della proprietà: l’ATER lancia una gara a procedura aperta per la ristrutturazione, con cambio d’uso, del quarto piano in parte occupato abusivamente. A convincere è il progetto “Chilometro verde” dei romani T-Studio, con a capo Guendalina Salimei, che prevedeva di riqualificare il piano libero “con forme innovative e condivise dell’abitare”. Un intervento da 5 milioni di euro, approvato dall’ATER, che non ha ancora visto la luce.

Passano gli anni e il degrado si aggrava. Al contempo vengono realizzati alcuni servizi pubblici: la sede del municipio, una biblioteca, una sede per l’assistenza sanitaria, la polizia municipale, diversi luoghi di culto e impianti sportivi. Ma sono le iniziative nate dal basso a ridare vita e dignità a quest’area: come ad esempio il primo esperimento di Calciosociale, la squadra di rugby, le attività dell’associazione Corviale domani e quelle promosse dal centro culturale Mitreo. Ad oggi sono circa 7.000 le persone che vivono al Corviale, ma il sentimento comune d’isolamento e degrado permane.

Come si è arrivati a questo punto? Ce lo racconta Antonello Anappo, del Municipio XI, che ci accompagna nella visita organizzata dalla sociologa Irene Ranaldi dell’associazione culturale Ottavo Colle: “Ci sono stati anni in cui lo Stato, inteso come istituzione, non c’era. Perché? Non si capiva chi dovesse farsi carico di cosa. Il committente indubbiamente sbagliò il progetto, non fu l’architetto. La realizzazione fu speculativa, le ditte che si alternarono fallirono ma furono pagate. Gli assegnatari erano pochi mentre gli occupanti la maggioranza per cui, legittimamente, l’ATER non avvertì il dovere di farsi carico delle istanze sociali di questi ultimi”.

 

Il futuro

Dopo anni d’immobilismo, l’ATER ci riprova e nel 2015 lancia un secondo concorso: “Il progetto originario va rivisto, ci vuole il coraggio di cambiare anche la struttura funzionale del corpo edilizio per ottenere un ‘quartiere’ nel quale la vita della comunità insediata possa diventare migliore”, afferma Daniel Modigliani, ex commissario straordinario di ATER che ha sostenuto con forza l’iniziativa nella sua fase iniziale. Promosso e finanziato dalla Regione Lazio, con la consulenza dell’Ordine degli Architetti di Roma, “Rigenerare Corviale” rappresenta un nuovo tentativo di riabilitare uno dei simboli più negativi dell’architettura romana, stanziando un investimento, per una prima fase di lavori, pari a 7,2 milioni. L’iter, partito a fine luglio, ha visto prevalere il progetto della vicentina Laura Peretti dello Studio Insito, fondato a Roma nel 2006. Ora, a fine febbraio dovrebbe essere formalizzato l’incarico per il progetto definitivo, cui seguiranno 6 mesi di lavoro. Si arriverà quindi al 2017 con il progetto esecutivo e l’inizio del cantiere. Si spera.

Il progetto ha l’obiettivo di rendere Corviale un luogo attrattivo e accogliente. Per farlo si parte col riconfigurare tutto l’attacco a terra cercando di risolvere l’estrema rigidità che caratterizza il piano di Fiorentino, ricostruendo una nuova relazione tra gli spazi comuni e la circolazione. Come? Il primo passo è l’ideazione di un grande sistema di piazze che si sviluppano su diversi livelli per ospitare negozi, ristoranti, un Museo della biodiversità e un intervento artistico ad hoc di Mimmo Paladino. Si punta a rivitalizzare l’area e incoraggiare gli abitanti a riappropriarsi degli spazi pubblici, anche tramite processi di partecipazione alla progettazione. “Questo non è solo un progetto di architettura, Corviale è un monumento sociale abitato da settemila persone, il corrispondente di un piccolo paese. È una comunità per la quale il tema della rigenerazione si pone in maniera prioritaria”, sostiene Peretti, la quale stima che ci vorranno 20 milioni e almeno 7 anni per realizzare tutto il progetto che prevede anche la conversione del Corviale in uno dei primi distretti italiani completamente sostenibili.
Che sia la volta buona? Peretti non ha dubbi; c’è bisogno di una governance solida ma ci sono tutte le condizioni per far diventare Corviale “un esempio di rigenerazione per tutte le periferie. È stato il simbolo del degrado, che diventi il simbolo della rigenerazione. Sarebbe uno straordinario segnale romano, italiano, europeo”.

 

ZM