Interview with Giovanna Melandri – Maxxi Museum

– Artribune, February 2014

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Intervista a Giovanna Melandri, l’architetto

Domani 14 febbraio, verrà nominata architetto onorario dalla più importante istituzione di architettura italiana. Per l’occasione, la presidente del Maxxi racconta ad Artribune il suo museo dal punto di vista dell’architettura. Tra mostre, premi e talk, il programma è infatti sempre più denso. E quando le facciamo notare che il Maxxi, a sedici anni dal progetto, non è stato ancora completato – mancano intere parti dell’edificio ideato da Zaha Hadid – la sua risposta è pronta e lapidaria: “Il museo è più che finito”.

Il Consiglio nazionale degli architetti (CNAPPC) le conferirà domani il premio come architetto onorario. Un riconoscimento per il suo operato al Maxxi. Come ha preso la notizia? 
Questa è una cosa, come dire, che mi fa arrossire. È un riconoscimento onorifico che mi investe solamente di una responsabilità in più. Il Maxxi è il museo nazionale italiano dedicato all’architettura ed è nel nostro Dna. Lo è sia come museo dell’architettura del XX secolo, sia come museo dedicato alla ricerca dell’indagine del linguaggio dell’architettura contemporanea.
Se devo dire una piccola nota autobiografica, che ha anche a che fare con questo riconoscimento onorifico, quindici anni fa avevo presentato da Ministro dei Beni culturali il primo disegno di legge sulla qualità architettonica in Italia. E in fondo lo stesso Maxxi è nato in una stagione in cui c’era un indirizzo strategico legato all’idea che la qualità dell’architettura fosse profondamente connessa all’utilizzo dello strumento concorsuale.

Lei è stata nominata presidente della Fondazione Maxxi a ottobre del 2012. Restando nel settore architettura del museo, ci racconti questo quasi anno e mezzo. Se dovesse fare un bilancio?
Sono molto felice di approfondire e rilanciare questa identità di Maxxi architettura che ha due anime. Una legata al Novecento, a tutto il lavoro avviato anche dal ministero per l’acquisizione di archivi importantissimi: quelli di Carlo Scarpa, Aldo Rossi, Giulio Gra, Eugenio Montuori. Da questo punto di vista siamo una grande istituzione di ricerca e da questa anima sono anche nate grandi mostre, ad esempio quelle monografiche su Luigi Moretti e Pierluigi Nervi. E siamo un centro di consultazione e studio. Questo profilo del Maxxi come centro di ricerca per me è molto importante.
La seconda anima è invece rivolta al contemporaneo e all’indagine sul presente per interpretare le nuove tendenze attuali, guardando al futuro. Penso a EnergyRecycle, alla mostra che stiamo ospitando in questo momento (Erasmus Effect), che è la storia di un pezzo dell’architettura italiana contemporanea che sta progettando nel mondo. Ma in realtà, avrei dovuto dire tre filoni…

E quale sarebbe il terzo?
Il terzo è indirizzato, direi aggressivamente, a sostenere i giovani architetti, proprio i giovanissimi, con iniziative come Yap: un progetto importante che realizziamo con il MoMA, Istanbul Modern e Costructo di Santiago del Cile, a cui adesso si dovrebbe aggiungere anche un museo coreano.

Qual è l’idea dietro questo programma molto variegato di iniziative?
L’idea è di riflettere, discutere quest’arte che è l’arte più prossima a noi, più prossima alla vita. Paradossalmente, però, molto difficile da comunicare. È quell’arte che disegna gli spazi sociali. È evidentemente l’arte più sociale di tutte, che può cambiare l’uomo e che cambia con l’uomo.
Credo che questa natura del museo sia molto importante. Noi siamo l’unico museo nazionale di architettura, una specificità che vogliamo rafforzare nella sua dimensione di ricerca storica, di ricerca contemporanea, di spazio per un confronto con un pubblico più vasto che può accogliere e apprezzare i film, i talk. E anche, vorrei dire last but not least, come sportello di servizio. Perché Maxxi centro di ricerca significa anche che sentiamo, tra le nostre missioni istituzionali, di continuare a essere promotori della qualità architettonica attraverso il ricorso allo strumento del concorso di progettazione. E quindi ci stiamo offrendo anche a soggetti diversi, enti locali, imprese, soggetti pubblici e privati per sostenere i concorsi, per realizzare e per affiancarli nei concorsi di progettazione.

Il Maxxi cosa può fare oggi per l’architettura? Quale contributo può dare al dibattito sull’architettura contemporanea?
Noi possiamo fare quello che può fare una grande istituzione di ricerca e di elaborazione. Possiamo sicuramente continuare nello sforzo di essere un punto di riferimento per gli studiosi e arricchire i nostri archivi, la materia prima degli studiosi. Possiamo fare molto attraverso le nostre mostre di ricerca, nel sollecitare una ricerca libera dell’architettura contemporanea. Ci interessa moltissimo associare questa ricerca ad alcune parole chiave della contemporaneità, che sono ‘sostenibilità’ e ‘dimensione sociale’. Una dimensione che il nuovo direttore artistico, Hou Hanru, ha molto a cuore e che io condivido: l’architettura come una scienza sociale. Quindi daremo sempre più spazio ed evidenza a questi filoni di ricerca, che si interrogano su come l’architettura possa essere una delle risposte all’esigenza di sostenibilità ambientale, sociale e culturale e vorrei dire perfino umana del vivere e del disegnare gli spazi. Forse in questo noi viviamo un paradosso, nell’essere cioè una grande struttura disegnata da un archistar, dove però quotidianamente ci si interroga su come un’architettura del futuro possa incorporare i valori della sostenibilità energetica, ambientale, sociale ecc.
Poi possiamo favorire e aiutare i giovani, sia architetti che studenti. Vorremmo far diventare il Maxxi un punto di riferimento per chi studia oggi l’architettura in Italia.
Poi possiamo fare un’altra cosa: provare a portare alcune delle nostre mostre nel mondo. Ad esempio, all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi abbiamo portato la mostra Architecture e(s)t Paysage dell’agenzia stARTT, che aveva vinto lo Yap due anni fa. Abbiamo riallestito la mostra Recycle a Montpellier nel 2013. Lo stesso abbiamo fatto per la mostra itinerante Piccole utopie, portandola a Shanghai nel dicembre dello scorso anno.
Un’altra anima del settore architettura è quella legata alla fotografia di architettura. Abbiamo Basilico adesso, con una crescita della collezione con Gianni Berengo Gardin, Armin Linke, Mimmo Jodice e anche il grande Luigi Ghirri. La mostra che gli abbiamo dedicato quest’anno, e che ci ha dato tantissime soddisfazioni, in questo momento è in Brasile. Ed è stata dichiarata la mostra più importante dell’anno in quel Paese. Una delle missioni del Maxxi è proprio quella di raccontare l’architettura italiana e la fotografia di architettura italiana nel mondo.

Una delle critiche spesso sollevate, in particolare nel settore architettura, è che – guardando le mostre proposte finora – siano molto più focalizzate sul XX che sul XXI secolo. Penso a quelle dedicate ad esempio a Le Corbusier, Rietveld, Nervi. Pare una contraddizione vista la vocazione scritta nell’acronimo stesso del nome MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo…
No, non è vero. Come ho detto prima, nel Maxxi convivono tre anime. L’anima del Novecento, l’anima contemporanea e l’anima delle mostre di fotografia di architettura. Mentre per l’arte siamo il Museo d’arte contemporanea, per l’architettura abbiamo una missione decretata nella legge istitutiva del Maxxi per cui siamo il Museo nazionale italiano dell’architettura. Quindi con uno sguardo rivolto al Novecento, all’esigenza di essere un luogo di archivio dove ci sono le mostre monografiche di Moretti, Nervi ma anche Le Corbusier.
Però c’è un altro filone più sperimentale, più contemporaneo, che comprende mostre che tematizzano grandi questioni: RecycleEnergy e un po’ anche Erasmus Effect. Sono mostre che cercano di interpretare le tendenze contemporanee. Dobbiamo fare entrambe le cose.

A proposito di architettura, quando il Maxxi è stato inaugurato, la prima cosa detta da Zaha Hadid in conferenza stampa è stata: “Siamo qui a inaugurare il museo, ma il museo non è ancora finito”. A mancare, rispetto al progetto iniziale, sono intere parti di edificio, alcune delle quali avrebbero occupato lo spazio oggi adibito a piazza. Il Maxxi è stato infatti inserito nell’elenco dell’anagrafe opere incompiute stilato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti a ottobre del 2013. Qual è sua posizione a riguardo?
Glielo dico in maniera brutale: il museo è più che finito. Credo che anche Zaha Hadid, se oggi fosse interpellata, direbbe lo stesso. Dopodiché, sì, manca un’area. Ma la piazza è un grande spazio pubblico che vive di allestimenti, di installazioni, per molti mesi d’estate è un’estensione del museo che credo non dovremmo occupare da altra superficie costruita. Manca ancora il parcheggio, ma questo è un altro tema che riguarda le opere incompiute in Italia. Purtroppo io l’ho scoperto quando sono arrivata qui. Speriamo di dare anche su questo una risposta al più presto.
Tra l’altro ho fatto mettere un contapersone per sapere in quanti attraversano la piazza, soprattutto nei mesi estivi. Da giugno a settembre del 2013 abbiamo calcolato 250mila accessi alla piazza, con una media di 1.500 persone al giorno. Penso che questa piazza sia una parte molto importante del museo, che consideriamo pienamente dentro la programmazione culturale.

Rispetto alla dimensione pubblica che lei cita e all’importanza della piazza, la grande cancellata che chiude e apre l’accesso secondo gli orari di apertura del Maxxi va però contro l’idea di spazio aperto…
Se il Comune di Roma volesse gestirlo, glielo potremmo anche offrire. Però attualmente siamo noi i responsabili di tutto e quindi la piazza deve necessariamente aprire e chiudere con il museo. È una questione funzionale. Quello che però stiamo cercando di fare è di arricchire l’offerta del museo, penso al jazz il sabato sera compreso nel costo del biglietto. La sfida del Maxxi è quella di intrecciare i pubblici: quello del cinema, della musica, dell’architettura, dell’arte, e fare di questo la nostra grande community.


ZM