Interview with Labics: Mast complex

– Artribune, October 2013

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A Bologna è già Mast. Intervista allo studio Labics

È stato inaugurato ieri 4 ottobre a Bologna il MAST – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia. Il progetto, opera dello studio romano Labics, è frutto di un processo virtuoso, raro in Italia. Una committenza privata lancia un concorso nel 2005, il cantiere parte nel 2009 e l’edificio viene realizzato nel 2013. Ne abbiamo parlato con Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, progettisti dello studio.

Un campus più che un edificio, fortemente voluto da Isabella Seràgnoli, presidente di Coesia Group, azienda leader nel settore delle macchine automatiche avanzate e della meccanica di precisione. Mast comprende diverse funzioni a servizio sia dell’azienda che della città. Spazi espositivi, una academy, un auditorium, un asilo nido, un centro wellness, un ristorante e una caffetteria. A progettare il complesso, lo studio Labics.

Analizzando i numeri del Mast appare chiaro come questo sia frutto di un iter progettuale virtuoso. Dalla vittoria del concorso alla realizzazione come è andata? E il rapporto con la committenza?
La prima fase del concorso era nel 2005. Nel 2006, a seguito di alcuni approfondimenti, abbiamo vinto. Da qui in poi, inizialmente, tutto il processo è andato avanti un po’ lentamente, poi Isabella Seràgnoli ha avuto l’idea di chiamare Francesco Dal Co per fargli seguire più da vicino l’iter. Il progetto è rimasto molto fedele rispetto all’idea del concorso, anche se ci sono stati vari cambiamenti. Via via che si sviluppava l’idea, intorno all’edificio si è andata a costruire l’idea della fondazione. Tutte le attività che l’edificio contiene, l’idea cioè di un sistema di servizi sia per chi è del gruppo Coesia, che lavora nel campus aziendale, sia per la città, sono diventate un impegno sempre maggiore della committenza. Tutto con il fine di far diventare questo sia un centro culturale ma anche un riferimento per la comunità circostante.

Uno dei vostri obiettivi, come si legge dal brief del progetto, era migliorare il benessere dello staff e l’immagine pubblica dell’azienda. In che modo avete tradotto tutto questo in architettura?
L’edificio interpreta questa idea, che era l’obiettivo principale insito nel bando di concorso, sotto vari punti di vista. Da un punto di vista morfologico, è un edificio che noi abbiamo chiamato di frontiera: di interfaccia tra la città e l’azienda. L’edificio ha un lato aperto con delle grandi rampe che accolgono la collettività, sia simbolicamente che fisicamente, dentro l’edificio, portandola nel cuore della struttura, nella sua parte pubblica. Questa è composta dal museo, dal foyer e dall’auditorium. Mentre ha un lato più compatto verso gli spazi dell’azienda. L’edificio apre l’azienda alla città.

Il Mast è quasi un edificio di edifici, un campus. Come avete gestito la varietà e la commistione di più funzioni all’interno dello stesso edificio?
Da una parte, l’aspetto importante è stato di mettere insieme tutte le funzioni per rendere più importante e più forte l’immagine dell’edificio stesso. Invece di segmentarlo in tanti pezzi, l’edificio è uno ed è collegato al suo interno attraverso le percorrenze che fanno fluire uno spazio nell’altro. Dall’altra parte abbiamo cercato di garantire un’indipendenza sia dei volumi, quindi figurativamente, che degli accessi a tutte le attività. Quando lo si guarda da fuori, l’auditorium è riconoscibile come un corpo a se stante, così come l’asilo nido, la palestra, lo spazio espositivo. Però sono tutti uniti. Un po’ come una mano, è una e molteplice. È un organismo che riesce a essere entrambe le cose. Un elemento molto importante, questo: riuscire a far vivere questa realtà una e molteplice allo stesso tempo.

Riguardo agli spazi espositivi, che tipo di criterio avete utilizzato? Spazi asettici o fortemente caratterizzati da un linguaggio formale deciso?
Lo spazio espositivo non è esente dal resto dell’edificio ma vi appartiene. È uno spazio che collega la città all’auditorium, questo già fa capire che non è uno spazio che ha la sua singolarità staccata dal resto. Al suo interno è composto di tre spazi. Questo inizia con le rampe all’esterno che verranno utilizzate per mostre all’aperto, che sono state pensate esse stesse come uno spazio espositivo. Il secondo è dedicato alle mostre di fotografia industriale, uno spazio inclinato in cui sono state ricavate stanze dalla spazialità molto neutra. E al piano inferiore c’è il terzo spazio, che sarà un museo didattico dedicato alla tecnologia e alla meccanica.
L’arte, un po’ come la città entra nella fabbrica, permea tutto l’edificio. Quest’ultimo è un’architettura in cui l’arte può essere collocata ovunque. Il rapporto tra le due è molto forte, per volontà della committenza stessa. L’arte è disseminata nell’edificio, non solo negli spazi espositivi. Si trova anche nell’academy, nel foyer dell’auditorium ci sono ad esempio due opere una di Anish Kapoor e una di Donald Judd. Nell’atrio principale c’è una grande opera di Eliasson.

E, tra l’altro, all’esterno c’è una grande scultura di Mark Di Suvero. È stata la committenza stessa a spingervi verso questa relazione con l’arte? A pensare cioè a un contenitore che non accogliesse passivamente le opere, ma fosse uno spazio ideato insieme a queste?
Nella nostra idea sin da subito gli spazi erano pensati come neutri, fatti per accogliere la vita delle persone, le opere d’arte. Una persona molto importante in questo “accogliere” l’arte è stato Francesco Dal Co, che ha suggerito l’opera di Di Suvero, e poi quella ha innescato tutto il resto. Il committente ha capito che l’edificio era predisposto ad accogliere l’arte come elemento di complementarità. L’opera di Di Suvero apparentemente instaura un dialogo con l’auditorium in aggetto, che è straordinario. Sembrano rispondere l’un l’altro in una tensione simile alle dita di Michelangelo della Cappella Sistina, come ha detto Dal Co. La forza dell’edificio è nel suo essere semplice, neutro, aperto a interpretazioni, e l’arte è la massima interpretazione di significati che possono essere aggiunti a un edificio.
La sfida inizia adesso, l’edificio è un coagulo di attività, di potenzialità e ci auguriamo che questo possa innescare una trasformazione anche del quartiere. E che la città se ne appropri, di sentirlo come uno spazio proprio.

ZM