Interview with Ippolito Pestellini, OMA: Monditalia at Venice Biennale

– Artribune, November 2014

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Biennale di Architettura. L’ultima intervista prima della chiusura

Ultimi giorni della Biennale di architettura di Venezia. Facciamo il punto nell’intervista a Ippolito Pestellini, il giovane partner di Oma che, con Rem Koolhaas, ha curato Monditalia, la grande mostra all’Arsenale.

Chiuderà questa domenica con numeri record la 14. Biennale di Architettura: 200mila visitatori – ben 22mila presenze in più rispetto all’edizione del 2012 di Chipperfield – e una media settimanale negli ultimi giorni di 15mila presenze. Una manifestazione durata per la prima volta sei mesi, che ha ospitato al suo interno anche le Biennali di Danza, Cinema, Teatro e Musica, con decine di eventi come i ventidue Weekend Specials e i ventiquattro Freeport, incontri organizzati con curatori e contributor, parte del programma di Monditalia.
Della grande mostra all’Arsenale, dei quarantuno progetti di ricerca e del suo lavoro abbiamo parlato con Ippolito Pestellini, architetto, da poco partner dello Studio Oma e assistente di Rem Koolhaas per la sezione Monditalia.

Una breve autopresentazione. Chi è Ippolito Pestellini?
Ho 34 anni. Mi sono laureato in architettura al Politecnico di Milano ma ho studiato sia negli Usa che a Delft. A 25 anni ho mandato il mio cv a Oma, cercando di andare a lavorare nello sede di New York perché volevo andare via dall’Italia. Loro invece mi hanno assunto in un momento in cui lo studio cresceva, per la sede di Rotterdam, sono stato molto fortunato. Mi ero prefissato di stare al massimo un anno, invece sono rimasto e oggi sono quasi dieci anni. Oggi mi occupo di quei progetti a cavallo tra Oma e Amo, tutti quei casi in cui l’architettura è effimera, non lascia traccia. Seguo ad esempio il comparto Prada. E poi da tre anni a questa parte mi occupo principalmente di casi o clienti italiani.

Parliamo di Monditalia. L’hai descritta come “una rappresentazione complessa dell’Italia nel suo stato corrente”. Quale pensi sia l’immagine che ne esce?
Non credo che ci debba essere un dogma o un’interpretazione. Abbiamo evitato di dare un fil rouge molto evidente. L’idea è che la maggior parte dei progetti parlano dell’intersezione che esiste tra l’architettura e altre materie, come la politica.
Ho letto molte recensioni, soprattutto quelle italiane, e ovviamente è successo ciò che ci aspettavamo. La mostra è stata percepita con un’attitudine un po’ banale. Come se avessimo voluto dare un’immagine negativa dell’Italia mentre, in realtà, presentare un architetto come Stefano Boeri che prende coscienza degli errori fatti su una vicenda che ha segnato un progetto in un periodo politico particolare ci sembra un punto di ripartenza chiaro.

Parli dell’installazione La Maddalena, in cui è stato proiettato il documentario di Ila Beka e Louise Lemoine sul complesso progettato da Boeri per il G8 del 2009?
Sì. Bisognerebbe fare una Biennale dei fallimenti in cui si prende coscienza: l’architettura purtroppo a volte da sola non ce la fa.

È normale però che la stampa abbia percepito Monditalia come una cartolina. In mostra troviamo Pompei, le case dei mafiosi, Lampedusa. In alcuni casi siete riusciti a rappresentarli con intelligenza senza cadere nei cliché, in altri meno…
Certo, lo so perfettamente. La cosa importante è il principio usato, quello cioè della distribuzione geografica. La mostra ha una qualità schizofrenica, proprio come il nostro Paese, che non è riducibile a visioni lineari. Abbiamo raccontato il mondo attraverso l’Italia. Io vivo all’estero da dieci anni e gli scandali e le disfunzioni ci sono anche fuori. Questa tensione molto sottile ma molto precaria tra potenziale e crisi in Italia raggiunge degli estremi che la rendono il paradigma perfetto per parlare di condizioni comuni a tutta l’Europa.

Koolhaas ha più volte sottolineato che non ci sono particolari ragioni perché sia stata scelta l’Italia. Avreste potuto scegliere qualsiasi altro Paese…
Esatto, e posso dirti che lo stiamo già facendo. La mostra, come avrai visto, inizia da casi specifici. Come quello della Libia, legato alle masse di immigrati che entrano in Europa attraverso l’Italia. C’è una specie di triangolazione tra gli eventi che raccontano la Libia, il progetto di Lampedusa e il progetto Post Frontier. Poi a distanza di circa 1.000 chilometri, o a distanza di qualche centinaio di metri nella mostra, ci si trova a parlare di un’integrazione riuscita, come nel caso dei Sikh intorno alla valle del Po. Il progetto per me manifesto di Monditalia.

Ti riferisci a Countryside Worship? Perché è il manifesto di Monditalia?
Perché parla di un fenomeno legato alla globalizzazione a cui sono legati gli spostamenti di popoli e il blood exchange. Parla di un fenomeno globale ma visto attraverso la lente di un caso italiano. Un caso assolutamente positivo.

Monditalia è un’esposizione molto densa. Perché proprio in questo momento la necessità di fare una mostra, come l’hai definita, documentaristica?
Questa Biennale aveva come presupposto il fatto di essere una Biennale di ricerca.
Monditalia racconta una serie di situazioni che dovrebbero essere capite a fondo prima di fare progettazione. Ma questo è legato alla crisi degli ultimi anni per cui, finiti gli entusiasmi legati ai grandi quantitativi di denaro che venivano indirizzati verso i progetti architettonici, dopo il 2008 è nata la necessità di ripensare il sistema. Per farlo bisogna documentare quello che abbiamo attorno. Bisogna fare un po’ di ricerca e un po’ di riflessione e probabilmente su quelle basi fare dei progetti che abbiano più senso o che almeno rispondano a dei problemi.

L’operazione è chiara, sembra quasi voler recuperare il “grado zero”…
Ti faccio un esempio per spiegare il momento corrente: noi, come Oma, abbiamo deciso di non fare più architettura iconica. Si può fare un po’ di meno e pensare un po’ di più.

Come avete selezionato i ricercatori e i progetti di ricerca da mettere in mostra?
Un anno fa abbiamo sviluppato uno script per Monditalia che raccontava il progetto curatoriale: parlare cioè di architettura ma anche di intersezioni tra i diversi sistemi, quindi tra architettura, politica, patrimonio storico ecc. Quindi abbiamo identificato, con una preselezione, una serie di casi studio e abbiamo inviato questo script a circa cento ricercatori, tra cui fotografi, scrittori, giornalisti con un alto grado di multidisciplinarietà. Abbiamo mobilitato il nostro network per capire chi potessero essere questi ricercatori. Molti di loro hanno pescato dalla nostra selezione di temi e altri hanno fatto un’altra proposta tutta loro.

Riguardo all’intersezione con le altre Biennali, da dove è venuta questa idea? Sembra che da questa edizione in poi sarà sempre così, come ci ha anche raccontato il direttore della Biennale Danza, Virgilio Sieni.
Ti racconto come è andata. A Oma lavoro da quasi dieci anni e seguo un team che porta avanti questo tipo di progetti. Abbiamo fatto le scenografie per diversi spettacoli di teatro, lavoriamo con artisti come Thomas Demand e Francesco Vezzoli. Quando con Rem abbiamo parlato, c’era l’ipotesi di sovrapporci in termini temporali con gli altri festival ed è venuta in maniera quasi spontanea la proposta di consolidare dentro un unico spazio e sotto lo stesso cappello curatoriale anche le altre Biennali. Una sfida al formato. Lo abbiamo proposto a Baratta e la risposta è stata positiva. Abbiamo quindi impostato uno script curatoriale su cui anche i direttori delle altre Biennali potevano lavorare.
Virgilio Sieni è stato quello che ha abbracciato da subito il progetto con entusiasmo. Con lui ho instaurato uno scambio continuo e gli ho proposto, come lui fa nei suoi spettacoli, di trattare Monditalia come un grande palcoscenico informale dove le persone potevano provare liberamente, organizzare le proprie sessioni di lavoro e poi eventualmente presentare un prodotto finito. La maggior parte delle cose che si sono viste passando per la mostra erano prove. Ed è la cosa più bella, perché Monditalia è come se fosse vita quotidiana.

ZM