Interview with Piero Sartogo

Artribune, July 2014

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Arte, architettura, visionarietà. Una mostra al Maxxi di Roma racconta il lungo percorso creativo di Piero Sartogo attraverso la storia del suo rapporto con l’arte e con gli artisti. Un maestro che conosce bene le visioni dell’arte, ma resta un architetto al 100%. Ecco cosa ha raccontato ad Artribune.

 

Arte e architettura. Un binomio che ha vissuto una stagione prolifica nella Roma degli anni Settanta. Un periodo storico che il Maxxi indaga con la riedizione della celebre mostra Roma Interrotta e con il progetto Piero Sartogo e gli artisti. Entrambe unite dal titolo Tra/Between Arte e Architettura, a cura di Achille Bonito Oliva.
Ad accompagnarci nella visita c’è uno dei protagonisti di questa stagione, Piero Sartogo, che nella sua mostra si aggira scrutando ogni dettaglio, ogni testo, ogni filmato. Un’esposizione di architettura senza disegni tecnici e dettagli costruttivi. Dove l’unica traccia da seguire è l’idea progettuale. Perché l’architettura, in fondo, non è che “un’emittente di immagine”.

Ci racconti com’è nata questa mostra?
Tutta la storia è legata da una specie di diario, un racconto scritto ogni volta che c’è stato un incontro con un artista. Il primo è stato con Daniel Buren, un incontro indiretto, perché in realtà non ci siamo visti. Nel 1976 ero a New York per il progetto dell’Istituto Italiano del commercio con l’estero su Park Avenue, dentro il grattacielo di Pei, dove avevo a disposizione quattro piani discontinui. Buren aveva un problema analogo: doveva fare una mostra nell’edificio di Brodway 420. Per l’occasione, mise in piedi un’operazione concettuale attraverso l’uso di segni sulle finestre, appropriandosi così di tutto l’edificio. In questa mostra al Maxxi di fronte la sua facciata c’è la mia. Stranamente, nello stesso momento io feci una cosa molto simile ma con un segno completamente diverso: una progressione che partendo dal soffitto dell’ultimo piano scende fino a giù, ingrandendosi secondo la progressione di Fibonacci. Segni che partono grafici in alto e man mano diventano volumetrici in basso.
Tutta la prima sala all’ingresso è costruita in questo modo: la provocazione artistica [indica la facciata di Buren, N.d.R.], la zona di incontro e l’esito architettonico.

E come si continua?
C’è poi la mia famosa mostra del 1977 all’Istituto nazionale di Architettura. All’epoca, per il catalogo, non chiesi a Bruno Zevi e ad Argan di scrivermi la presentazione. Chiesi invece a Joseph Kosuth di darmi quattro definizioni da quattro titoli che avevo scritto. E questi diventano oggi i testi della mostra. Le sezioni qui sono tutte dettate dalle definizioni di Kosuth. Questa non è un’antologica di Piero Sartogo; qui si trovano i progetti che ho fatto tra il 1970 e il 1978 quando poi nacque Roma Interrotta, una mostra che ho inventato io. In quegli stessi anni facevo un lavoro continuo tra arte e architettura.

 

Nel pensare questa mostra al Maxxi come ti sei rapportato allo spazio esistente?
Tutta questa grande sala è fatta in progressione. È una parte del mio linguaggio e testimonia il passaggio dal reale al virtuale. Perché man mano mi sono sempre più distaccato dall’idea tradizionale, materica dell’architettura, fino ad arrivare allo spazio puramente percettivo.

Com’è avvenuto questo processo?
Una lettura che mi ha profondamente influenzato è Visual thinking di Rudolf Arnheim. Quando qualcuno afferma che “il percetto è il concetto”, identificando due cose che per secoli sono sempre state divise, ti si apre un universo. Indubbiamente quello era il periodo dell’arte concettuale. Basta pensare alla prima mostra che abbiamo fatto con Achille Bonito Oliva, Amore mio, un evento strano, dove gli artisti si auto-convocano. Siamo nel 1970, fuori dal museo, in completa autogestione. E che fecero questi artisti? Chiamarono Achille come critico e me come architetto. Avevo davanti a me un palazzo con un grande cortile, le stanze si affacciavano sul cortile e gli artisti stavano discutendo su come assegnare gli spazi. Si stava creando subito una gerarchia. Io con il mio progetto l’ho subito annullata, creando dei tracciati, come dei muretti, che incanalavano il flusso dei visitatori. Quando entravi eri costretto a seguirlo e non sapevi dove ti avrebbe portato e quale artista avresti visto. Eliminando ogni gerarchia.

Come sei riuscito a trovare il modo per “imporre” il tuo progetto? Ogni artista, si sa, ha una forte personalità…
Anch’io ho una grande personalità! Non mi è mai capitato che gli artisti mi siano venuti contro perché quasi sempre comprendono lo spirito del mio approccio. Non ho mai fatto allestimenti, ho sempre fatto immagine, è un approccio completamente diverso. Per me l’allestimento è un semplice supporto funzionale, invece io ho sempre fatto operazioni legate al tema della mostra. È molto diverso.

Quando traduci in architettura il tuo pensiero concettuale, nel processo, come riesci a non perdere l’idea iniziale?
C’è una cosa molto bella che ha scritto Renato Pedio: “Sartogo è inconsciamente sempre architetto”. Che io abbia avuto un rapporto molto forte con l’arte è indubbio, ma inconsciamente sono sempre architettissimo. Ce l’ho nel Dna, mi viene naturale.

 

Parli spesso di vitalità nella tua architettura. Questa vitalità che all’inizio c’è nel pensiero, quando poi si deve tradurre in materia e in spazi vivibili, come fa a rimanere quell’idea iniziale? Si perde? O si diluisce?
L’architettura è un Mammut lentissimo e devi accentare tanti compromessi. Niente a che vedere con l’opera d’arte, che è molto più libera. L’architettura deve dialogare, c’è il budget, ci sono i vincoli. Però se l’idea è forte si legge anche dopo. Se tu guardi i modelli che ho portato qui in mostra al Maxxi, ti accorgi che non sono modelli di rappresentazione, sono quasi tutti modelli concettuali perché a me interessa far capire il concetto più che il progetto. E poi nelle immagini si può vedere come il concetto si sia trasformato in un’opera. C’è un bel passaggio in mezzo.

Raccontami del progetto Luna che hai portato qui in mostra…
Era il 1968, un anno prima dello sbarco sulla Luna. Formammo un gruppo costituito da me, Fabio Mauri, Gino Marotta, Furio Colombo e Toni Malavasio. Insieme, progettammoAstronave per la Triennale di Milano, simulando l’instabilità che si crea quando si è fuori dalla gravità, ma senza sapere come fosse veramente. L’arte molto spesso anticipa gli eventi.

ZM