Interview with Cino Zucchi: Italian Pavilion at Venice Biennale 2014

– Artribune, June 2014

Cino-Zucchi

Padiglione Italia. Parla Cino Zucchi

Per Cino Zucchi è “il luogo mentale sul quale ogni architetto italiano proietta desideri e aspettative”. È il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura, che quest’anno mostrerà ottanta progetti. Innesti contemporanei dell’Italia stratificata. Il progetto ce lo spiega direttamente il curatore.

Quando dal Ministero ti hanno chiamato a curare il Padiglione Italia non hai avuto dubbi e hai deciso di aderire al tema proposto da Koolhaas. Perché?
In realtà ho avuto qualche dubbio nell’accettare la chiamata del MiBACT, che per me è un grande onore, perché le situazioni così “pubbliche” mi intimidiscono un po’, e il Padiglione Italia alla Biennale è un luogo mentale sul quale ogni architetto italiano proietta desideri e aspettative. Trovo però geniale nella sua semplicità il tema suggerito da Rem Koolhaas alle partecipazioni nazionali, Absorbing Modernity 1914-2014, e ho cercato subito una sua interpretazione pertinente alla condizione italiana.

Nel presentare il tuo padiglione hai spiegato che la chiave per capire la modernizzazione in Italia sta in un elemento semplice: il territorio stratificato. La stratificazione è un aspetto strutturale della cultura architettonica italiana e, per questo, è stato anche ampiamente trattato e consumato. Come ti sei posto rispetto a questa questione?
In un suo video, la mia cantante preferita, Natalie Merchant, dice: “La prossima canzone si chiama ‘Life is Sweet’; ho coscientemente scelto per titolo una locuzione così abusata per vedere se era possibile darle nuova vita attraverso un’interpretazione nuova”. La mia chiave è semplice: non parlare tanto del “contestualismo” – che è spesso un adattamento a posteriori – o di “architettura moderna in contesto storico”, ma piuttosto usare la metafora botanica dell’innesto per descrivere un atto violento di trasformazione, che tuttavia deve assumere tutte le responsabilità che ne conseguono.

Parlando di innesti sul costruito, che idea ti sei fatto? Quali gli esempi di città virtuose in Italia?
Il tema non è solo quello di “inserire bene” architetture contemporanee nel contesto antico, ma piuttosto quello di capire se la struttura profonda del territorio italiano e delle sue città può reinventarsi in rapporto a un modo di vita contemporaneo e alle sue necessità. Si può vivere e lavorare con un iPad in un piccolo paese del centro Italia arroccato su una collina? Paul Valéry diceva: “Quello che chiedo alla modernità è il poter vivere con maggior facilità e agio una vita non moderna”.

Dal tuo punto di vista, perché in Italia, soprattutto negli ultimi cinquant’anni, è stato così difficile, quando non impossibile, realizzare opere di architettura contemporanea nei centri storici? Come si può invertire questa rotta?
La struttura del territorio italiano non può che indurci a una grande cautela e a un’attenzione alla conservazione del patrimonio esistente. Ma quando si interviene, non si può che farlo senza complessi, ponendo sullo stesso piano antico e contemporaneo, come è sempre stato nella storia della città italiana. È semplicemente una questione di qualità del progetto, di comprensione dei vincoli e delle risorse del contesto, e direi anche di cultura formale dei progettisti. Non dobbiamo avere eccessiva nostalgia degli Anni Cinquanta e Sessanta, ma certo che di capolavori come il Tesoro di San Lorenzo a Genova di Franco Albini non se ne sono visti tanti negli ultimi vent’anni, anche se la generazione più giovane sta dando un’ottima prova di sé.

Quando hai presentato a Roma il Padiglione Italia hai iniziato dicendo che non avresti svelato i nomi dei progettisti coinvolti in mostra, evitando così di cadere nel gioco mediatico del “chi c’è e chi non c’è”. Cosa ti ha portato a questa scelta? È stato un modo per evitare polemiche?
In realtà in quel momento non avevo ancora concluso la ricerca e la scelta. Ma non si capisce perché in Italia ognuno si sente in diritto di “esserci” indipendentemente dal tema della mostra. Un film sui castori non prevede la descrizione di antilopi o sardine; la nostra scelta è legata al tema scelto e non è “per autori”. La sezione dedicata al contemporaneo non descrive veramente i progetti selezionati – oggi ci sono posti migliori della Biennale per ottenere informazioni su di essi – ma ne compone un’immagine sola in un grande “paesaggio luminoso”, un condensato estremo del territorio italiano contemporaneo.

Adesso però raccontaci i progetti in mostra. Come li hai selezionati? Quale il criterio usato?
I progetti scelti sono un’ottantina. Io e Nina Bassoli – che mi assiste nella curatela – abbiamo fatto una ricerca il più possibile estesa; la scelta è ovviamente qualitativa, ma soprattutto tematica. I progetti scelti sono stati quelli che a diverse scale e in diverse situazioni territoriali apparivano dotati di un’interpretazione forte della situazione in cui si inserivano; con un rapporto non necessariamente “mimetico” con essa, ma in ogni caso con una forte “intelligenza locale”, dove le condizioni esistenti venivano trasfigurate in una nuova configurazione.

Se dovessi scegliere una o più opere che meglio sintetizzano il titolo del padiglione, Innesti/Grafting, quale sceglieresti e perché?
La mia preferita, e forse quella che sintetizza meglio il tema, è la casa-laboratorio che i Modus architects hanno realizzato per un artista a Castelrotto, in provincia di Bolzano. Un progetto “radicale” dal punto di vista strutturale e tipologico, e pur perfettamente inserito nel contesto del piccolo paese altoatesino.

Perché la scelta di un focus su Milano? Cosa ti ha spinto a scegliere questa città invece di altre?
Dopo un’introduzione generale riferita all’Italia intera, ho pensato di dedicare un’intera sezione a Milano non tanto perché è una città dove sono nato e che conosco bene, ma perché è certamente il luogo dove la dialettica tra modernizzazione e permanenza della struttura urbana è stata più forte. Dopo i bombardamenti del 1943, il moderno milanese è stato capace di intervenire per punti nel delicato tessuto del centro, inserendo tipologie diverse da quelle esistenti ma capaci di interagire con esse su più livelli.

Cosa si deve aspettare un visitatore dal Padiglione Italia di quest’anno?
Alla Biennale di Venezia si va per un misto di curiosità intellettuale, di ricerca del nuovo e di amore per l’atmosfera che tutta la città che la ospita è in grado di darci. Un padiglione deve necessariamente esprimersi in forma sintetica. Diceva Maya Angelou: “Si dimenticheranno cosa hai detto, ma non si scorderanno mai di come li hai fatti sentire”. Un padiglione non ha solo dei contenuti, ma deve saper creare una sorta di “microclima” dove il messaggio è incarnato dall’allestimento piuttosto che solo enunciato dal materiale esposto.

Per che cosa vorresti fosse ricordato il tuo Padiglione Italia?
Non ho alcun problema di “memorabilità”, un padiglione è un fatto temporaneo, e ognuno ci vede e si porta dietro quello che vuole. Vorrei però che in forma “leggera” il Padiglione possa contribuire a una riflessione collettiva sui mezzi disciplinari al confronto con la delicatezza del mondo sul quale siamo chiamati a operare, e sull’irreversibilità di molte delle trasformazioni che induciamo in esso ogni giorno.

ZM

the interview is published in Artribune magazine #19