Interview with Declan O’Carroll: Arup Associates 50th Anniversary

– Artribune, December 2013

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Arup Associates. Cinquantesimo compleanno e mostra a Londra

Nell’elegante studio di Fitzroy Street, a Londra, è allestita fino al 20 dicembre la mostra che celebra i cinquant’anni di attività di Arup, il più richiesto e conosciuto studio di architettura e consulenza ingegneristica. Con oltre 12mila dipendenti e sedi in tutto il mondo, Arup è un punto di riferimento nel campo della progettazione. È grazie a loro se molte forme architettoniche, disegnate dei progettisti, sono poi diventate realtà. Abbiamo intervistato Declan O’Carroll.

Arup, oltre alla parte di ingegneria, cura anche la progettazione con uno studio dedicato che ha il proprio portfolio di progetti. La mostra Arup Associates 50th Anniversary – visitabile fino al 20 dicembre – è stata un’occasione per guardare a mezzo secolo di carriera costellata di progetti estremamente variegati. La storia dell’architettura e l’evoluzione del linguaggio, dagli Anni Sessanta a oggi, è tutta qui. Dai primi progetti, come la riconversione di un deposito di malto in Concert Hall nella campagna inglese, agli ultimi, come il grattacielo Ropemaker nella City londinese. Passando per quelli a cavallo tra gli Anni Ottanta e Novanta, come il Broadgate Development a Londra, un complesso di interventi pubblici e privati. Ce li siamo fatti raccontare dall’architetto inglese Declan O’Carroll, co-leader di Arup Associated, dal 1988 nello studio. E non è mancata l’occasione per criticare i suoi colleghi archistar, soprattutto per quanto stanno facendo in Cina.

Come avete selezionato i progetti da mettere in mostra?
Selezionare è stato un processo difficile. In mostra ci sono 30 progetti, mentre nel catalogo ce ne sono 50, condensando per la prima volta l’attività delle ultime cinque decadi. Quello che è interessante è stato guardare ciò che chiamerei il Dna dello studio che Ove Arup fondò nel 1963 e che continua negli anni. Le tecnologie, i materiali e l’espressione dell’architettura sono cambiate, ma ci sono temi molto coerenti. I progetti selezionati rappresentano esempi seminali del lavoro dello studio.

Qual è il Dna dello studio Arup?
Lo studio, quando è nato, era una sorta di esperimento. L’idea di mettere insieme architetti e ingegneri e il fatto che il loro lavoro fosse allo stesso livello nello sviluppo del progetto era insolita. Un modo totalmente diverso da come gli architetti solitamente lavorano, chiamando cioè gli ingegneri solo a “risolvere” i problemi.

Quali sono le tematiche che emergono dalla mostra?
Sicuramente troviamo un certo pionierismo tecnologico nella risoluzione i problemi e nel migliorare il comportamento dell’edificio. Ma non solo. Secondo noi un’architettura è bella se è bella da usare. Il fatto che questa possa essere occasione di esperienza è più importante del definirla secondo criteri estetici. Un altro tema è la ricerca continua della sfida. Non siamo mai soddisfatti, cerchiamo sempre di aumentare lo standard, guardiamo al progetto e cerchiamo di capire come migliorarlo. Ma il tassello più significativo del nostro lavoro è quello di progettare architetture eccellenti che abbiano il potere di cambiare la vita delle persone. Avere quindi sempre un fine sociale, perché le persone vengono sempre prima del design.

Possiamo dire che è stato possibile realizzare molte delle architetture contemporanee grazie ai vostri ingegneri. Una cosa di cui andare fieri…
La storia di Arup è divisa in due. Da una parte c’è la nave ammiraglia: lo studio che si occupa delle consulenze ingegneristiche e che lavora con diversi studi di architettura esterni. Poi c’è lo studio di architettura vero e proprio, Arup Associated, capace di offrire un prodotto completo curando tutti gli aspetti della progettazione in maniera integrata. E anche se la pratica della progettazione è molto importante, in Arup è ancora una piccola parte.

Com’è lavorare con i più grandi studi di architettura del mondo e come riuscite a combinare i due aspetti, quello architettonico e quello ingegneristico?
Guardando al nostro portfolio si nota la grande varietà di studi con i quali abbiamo avuto a che fare. Si passa da progetti di Frank Gehry a Foster, da Renzo Piano a OMA. Possiamo dire che la figura di Ove Arup sia stata un’ombra dietro i principali personaggi dell’architettura mondiale. Ciò che ci ha permesso di affermarci in questo campo è stato il fatto di essere sempre curiosi, quasi inquisitori, fare sempre l’impossibile, guardare sempre alle persone, a ciò che è impegnativo, difficile e visionario. Cercando continue sfide, creare forme e permettere che un’ottima architettura venga alla luce.

Guardando ai progetti in mostra, una delle cose più interessanti è la grande varietà. Ma quali sono quelli che meglio rappresentano la vostra filosofia? 
È vero, perché siamo contro l’idea dello stile, della firma. Ogni progetto per noi va trattato come un’opportunità unica, e deve riferirsi al luogo e alla cultura in cui si trova. In questo senso nel dibattito contemporaneo molti considerano l’architettura alla stregua della moda, popolando il mondo di oggetti tutti uguali a Mumbai, Madrid, Londra e New York.  Siamo fortemente contro questo approccio: nella mostra infatti si nota questa varietà formale.

Tre progetti che rappresentano questo approccio?
Lo stabilimento per la Jaguar Land Rover Engine nel distretto inglese di Wolverhampton, gli studios di Sky a Londra e la scuola Druk White Lotus nel nord dell’India. Il primo è frutto di un grande investimento, in cui l’aspetto tecnologico era molto impegnativo così come la necessità di tempi di costruzione rapidi. Qui la sfida è stata rendere uno spazio dalle proporzioni così vaste anche umano, in cui è piacevole lavorare. Il secondo è un progetto su cui abbiamo lavorato per più di dieci anni senza compenso. È infatti un lavoro di beneficenza per supportare lo sviluppo di una scuola in India usando materiali e tecniche locali, permettendo agli studenti di studiare in un ambiente pulito, salubre e piacevole. Il terzo, a metà tra i due, è l’edificio per Sky, che devo dire è stato un grande successo perché siamo stati in grado di andare oltre le aspettative, sfidando le richieste del cliente e proponendo soluzioni innovative e sostenibili. Tre esempi che raccontano bene la diversità del nostro lavoro.

È chiaro come il futuro dell’architettura si sia spostato nella parte est del mondo, dove anche voi avete molti lavori. Com’è lavorare ad esempio in Cina e quali le differenze rispetto all’Europa?
Abbiamo recentemente aperto due sedi in Cina, a Shenzhen e a Shanghai. Quello che però fanno quasi tutti è aprire una vetrina in Oriente e continuare a lavorare in Occidente. Noi invece abbiamo scelto di assumere progettisti locali affiancandoli a colleghi che hanno maturato una certa esperienza nello studio di Londra.
Una delle mie riserve in Cina è che i più importanti studi di architettura del mondo stanno costruendo lì le loro peggiori architetture. La Cina sta progredendo molto velocemente, ma sta aumentando anche la propria consapevolezza e il proprio senso critico nei confronti di questo tipo di architettura. E ben presto saranno sempre più insoddisfatti di quanto si sta facendo. Il mio desiderio è promuovere lo studio in modo da aiutare, nel nostro piccolo, questo Paese a trovare la propria voce. Perché ora cammini per Shanghai e sembra di essere a Dallas. Ma sono ottimista, credo che nei prossimi anni questo Paese sarà in grado di dare forma al proprio destino e di creare la propria leadership anche nel campo dell’architettura, invece che inseguire altre culture.

Parlando in generale, il vostro lavoro come è stato influenzato dalla crisi?
Moltissimi clienti nel 2008 hanno letteralmente arrestato i progetti. Ma, a essere onesti, se ora ci guardiamo alle spalle, questa crisi è stata anche positiva. Se pensiamo al periodo appena prima della recessione, c’era una quantità incredibile di edifici senza senso, che si proponevano come iconici ma erano solo sculture scintillanti. C’è stato uno spreco di soldi, troppa superficialità nel prendere certe decisioni. E il pubblico – a cui l’architettura dovrebbe riferirsi – se ne è distaccato sempre di più, perché è venuto a mancare il contatto emozionale. Quindi forse un antidoto a quel periodo intossicato era necessario, per essere più riflessivi, più accorti e ricordarci che la nostra priorità è creare edifici che nutrano le persone.

ZM

special thanks to Joanna Ronaldson e Laura Iloniemi